Psicologa Psicoterapeuta a Seregno e Seveso

Paziente o cliente? Rimettere al centro la persona e sviluppare l’empowerment

Psicologa Psicoterapeuta Seregno e Seveso

Il paziente come macchina da riparare

La comprensione e spiegazione della natura umana negli ultimi decenni è stata caratterizzata da un’importante transizione verso un modello alternativo di interpretazione della realtà fenomenologica: il passaggio da un modello meccanicistico riduzionista ad un modello olistico sistemico. I concetti di salute e malattia e il modo di concepire la scienza medica in generale sono andati incontro ad un importante cambiamento, che ha visto modificarsi il significato stesso dei termini in questione e ha introdotto una nuova prospettiva di comprensione della realtà e di visione della salute, non più intesa come assenza di malattia, ma come migliore qualità di vita possibile. 

A partire da Newton e Cartesio, la scienza moderna si è sempre più convinta che la realtà possa essere compresa e spiegata secondo princìpi di causa effetto, per cui ogni cosa risulta prevedibile se scomposta nelle sue componenti essenziali. La medicina occidentale recente trae origine da queste teorie di matrice meccanicistica e riduzionistica adottando il Modello Biomedico secondo cui il corpo umano, così come ogni altro elemento del mondo reale, può essere ridotto, scomposto e semplificato in molteplici componenti di base, di cui è possibile spiegare il funzionamento secondo leggi meccaniche; pertanto, arrivando a comprenderne il funzionamento e le dinamiche, è possibile assimilare ogni aspetto della realtà, e lo stesso corpo umano, ad una macchina, che come tale può essere “riparata”. Secondo tale prospettiva ci si è diretti verso una sempre maggiore specializzazione, parcellizzando la conoscenza per delimitare il campo di osservazione e concentrarsi su aspetti circoscritti su cui approfondire la conoscenza tecnica. Di conseguenza, si è affermata sempre più nettamente la dicotomia mente/corpo, eleggendo quest’ultimo come oggetto di intervento, negando la mente, o tuttalpiù, delegando ad altri interventi non medici la presa in carico della mente, come se si trattasse di elementi scindibili. 

Poco spazio appare quindi disponibile per interventi che tengano conta della persona nella sua totalità. Si tratta il disturbo, quasi separandolo dalla persona che se ne lamenta. Sul piano relazionale il modello Biomedico ha perseguito l’oggettivazione della persona – che perde la propria individualità e si trova privata della sua identità. Assumendo tale modello si dimentica la complessità dell’individuo e si pone il focus dell’attenzione sul corpo e sui segni che porta, tralasciando gli aspetti emotivi e relazionali ritenuti estranei alla scienza medica. Il solo contributo richiesto all’individuo è quello di informare del cattivo funzionamento del proprio organismo o di un malessere o disagio psicologico, dando voce ai sintomi che consentiranno ai “tecnici” di esprimere una diagnosi. In tal modo la persona diventa “il paziente”, che assume una posizione decentrata e passiva rispetto alla cura e alla guarigione. Si avvia un processo di deresponsabilizzazione che

porta a delegare completamente la gestione delle propria salute e malattia ai professionisti - medici e infermieri,…- a perdere il contatto con le proprie sensazioni e a diventare sordi nei confronti di ciò che il corpo comunica. L’intervento, così inteso, assume un’accezione impersonale. Si tratta di un intervento orientato a riparare il danno biologico, senza prendere in carico la persona nella sua complessità, che oltre al corpo è portatrice di un bagaglio di vissuti ed emozioni il cui ruolo viene spesso sottovalutato. 

Nonostante i numerosi benefici che il Modello Biomedico ha portato nel campo della scienza, esistono numerosi aspetti della salute per cui si è rivelato poco efficace nel dare un’interpretazione convincente delle realtà e in alcuni casi tale modello si è rivelato perfino dannoso, in quanto ha precluso interventi sistemici che sarebbero stati altrimenti particolarmente efficaci. 

Non tenendo conto dell’interazione psiche/soma, il Modello Biomedico appare fortemente limitato nell’individuare spiegazioni efficaci per numerose patologie o questioni che secondo tale modello rimarrebbero irrisolte: innanzitutto la difficoltà nel comprendere le relazioni causali tra mente e corpo nel caso delle patologie psicosomatiche, o le numerose evidenze provenienti dalla psiconeuroimmunologia che, da un lato testimoniano lo stretto legame e la forte influenza della mente sul corpo e, viceversa e dall’altro, pongono l’interrogativo rispetto al perché l’esposizione ad un agente contagioso conduca, solo in una percentuale di casi e non nella totalità, allo sviluppo della malattia. 

Accanto a tali aspetti inoltre, è sempre più evidente l’influenza di molteplici fattori sulla salute, intesa non più come assenza di malattia, ma come benessere dell’individuo. Il modello biomedico ignora i fattori sociali e psicologici che possono modulare la risposta del soggetto a eventi patogeni, inoltre ignora completamente l’importanza della relazione tra medico e paziente nei processi di diagnosi e terapia, aspetto che invece influenza fortemente gli esiti terapeutici. Rifugiandosi nella tecnica e nella ricerca, il modello biomedico ha preso le distanze dalla persona, apparendo, nel corso degli anni, sempre più inadeguato e poco flessibile, e di conseguenza poco in grado di rispecchiare la complessità del suo oggetto di studio.

Benessere e qualità di vita: dal paziente al cliente

La crisi del “paradigma” biomedico ha aperto la strada ad una più ampia considerazione dei fattori implicati nella salute, verso un approccio che tenga conto della natura multifattoriale sia delle cause che agiscono sulla salute e sulla malattia, sia degli effetti che la salute e la malattia possono avere sulla persona. La transizione ad un modello più esplicativo porta ad abbandonare la dicotomia mente/corpo, sostenendone la non distinguibilità nell’influenzare le condizioni di salute di un individuo. Inoltre, si fa strada la considerazione che la salute è un obiettivo che deve essere conseguito positivamente, mediante un’attenzione alle necessità di ordine biologico, psicologico e sociale, e non come uno stato, che deve essere solamente salvaguardato; si passa quindi dal concetto più restrittivo di salute, al concetto più ampio di benessere o migliore qualità di vita possibile.

Di fronte a tali considerazioni, negli ultimi decenni si è imposto un modello alternativo di comprensione della natura umana: il Modello Bio-Psico-Sociale. “L’assunto fondamentale di tale modello è che ogni condizione di salute o di malattia sia la conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali” (Engels, 1977, 1980; Scwartz, 1982). Più ampiamente si tratta di una strategia di approccio alla persona, sviluppata da Engel negli anni Ottanta sulla base della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal World Health Organization. Il nuovo modello pone l’individuo al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili secondo un’ottica olistico sistemica, per cui le relazioni tra tutti gli aspetti della vita vengono riviste e ripensate. Non si parla più di parti separate che interagiscono tra loro ma di insiemi in continua evoluzione e interrelazione. Secondo il pensiero sistemico “ogni influenza è contemporaneamente una causa e un effetto. Nulla è mai influenzato in un’unica direzione; esiste piuttosto un circuito di influenze” (Senge, 1990, p. 75). Alla luce di tali osservazioni, viene rivisto il rapporto esistente tra mente e corpo, non più considerati come sistemi lineari separati, ma come parti di un insieme interconnesso, nel quale ciascun elemento influisce sugli altri secondo una influenza reciproca circolare permanente. 

Il Modello Bio-Psico-Sociale attua un cambiamento di prospettiva: la persona si appropria di un ruolo attivo nel modellamento della propria realtà, reagendo al presente e influenzando il proprio futuro. Non si parla più di paziente ma di cliente, a voler esplicitare il ruolo più simmetrico che intercorre tra la persona che richiede un supporto e il professionista, che si pone in ascolto e propone una propria modalità di cura. Interviene un vero e proprio processo di Empowerment in cui l’individuo riacquista responsabilità sulla propria salute, riappropriandosi del diritto di scegliere se e come farsi curare e del diritto di decidere come gestire eventuali terapie, sia in ambito medico che in ambito psicologico. Nel Modello Bio-psico-sociale il focus si sposta sulla prevenzione piuttosto che sul rimedio e sul benessere piuttosto che sulla cura. L’obiettivo non è più sconfiggere la malattia o allontanare la fonte del disagio, andandone a scovare le cause organiche e biologiche o psicologiche, ma è ricercare la migliore qualità di vita possibile per la persona.

Dott.ssa Stefania Tornatore
Psicologa Psicoterapeuta Seregno e Seveso